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La nostra storia

Le origini del partito

La riforma costituzionale del 1830 porta alla nascita in Ticino di alcuni gruppi conservatori, ma per riscontrare un vero e proprio partito organizzato si deve attendere il 1855, anno in cui in seguito a un “colpo di Stato” ad opera del Partito liberale già al potere, fa il suo ingresso sulla scena politica cantonale il Partito liberal-conservatore.

Dopo le elezioni cantonali del febbraio 1859 Bernardino Lurati fonda a Lugano il giornale “La Voce del Popolo”, sostituito nel 1862 dal “Cittadino Ticinese” e nel 1865 dalla “Libertà”, che fin dai primi numeri si propone come organo ufficiale dell’opposizione conservatrice. Negli anni 1860-1875 il Partito liberal-conservatore sostiene tramite la stampa e in Gran Consiglio importanti battaglie, come quelle in favore della libertà d’insegnamento, di una riforma elettorale, della difesa dei diritti del clero, della riforma giudiziaria e in particolar modo della revisione della Costituzione cantonale.
Nel 1869 viene eletto in Consiglio di Stato il primo conservatore. Si tratta di Ermenegildo Rossi, al quale viene affidato il Dipartimento delle finanze. Nel periodo 1873-1875 entra in governo, allora composto da 7 membri, un secondo conservatore, Cristoforo Cattaneo.

L’immobilismo del regime radicale e il Kulturkampf sul piano nazionale, con dure misure anticattoliche prese dall’esecutivo federale in seguito al Concilio Vaticano I, contribuiscono al successo del Partito liberal-conservatore che si afferma nelle elezioni del 21 febbraio 1875, aprendo la strada al governo denominato del “Nuovo Indirizzo”.

Dal “Nuovo Indirizzo” alla “Rivoluzione liberale”

Interpretando le aspirazioni del Paese i liberal-conservatori vincono le elezioni del 21 febbraio 1875. Le linee del nuovo governo si orientano immediatamente verso i principi del voto segreto e per comune, della libertà religiosa, della libertà d’insegnamento, della libertà pubblica, di una giustizia illuminata e imparziale, di un’economia rigorosa ma ragionevole e per un assestamento delle finanze pubbliche.

La Costituzione, però, garantisce ancora ai liberali la maggioranza in Consiglio di Stato e così, tra il 1875 e il 1877, si verificano aspri conflitti tra i due partiti, ma anche tra governo e parlamento. Il Consiglio federale deve intervenire con l’esercito, convincendo le due parti a trovare un compromesso. La soluzione imposta da Berna è provvisoria e nel gennaio 1877 gli elettori tornarono alle urne. Anche in questa occasione il Partito liberal-conservatore esce vincitore e si giunge alla nomina di un governo monocolore, definito il “Nuovo indirizzo”.

In questo periodo emergono all’interno di entrambi gli schieramenti gli esponenti più intransigenti. All’interno del Partito liberal-conservatore spicca la personalità di Giochimo Respini, che isola i membri più moderati del partito, cominciando da Bernardino Lurati.
Il nuovo governo liberal-conservatore introduce importanti riforme allargando i diritti popolari e scegliendo Bellinzona come capoluogo stabile del Cantone. Inoltre, applica il nuovo codice scolastico di Martino Pedrazzini, permettendo così la libertà
d’insegnamento e la difesa dell’autonomia e dell’italianità del Cantone.

A partire dal 1880 i liberal-conservatori cedono alla tentazione di predominio assoluto sulla politica cantonale, creando contemporaneamente dissensi esterni ed interni, che trovano particolare eco nei distretti meridionali, con Agostino Soldati nella funzione di capofila. Soldati critica aspramente Respini, sia in merito ai rapporti con il partito radicale, sia per la sua visione economica concentrata sullo sviluppo delle valli del Sopraceneri.
Contemporaneamente, i rapporti tra governo e opposizione si inaspriscono, soprattutto in seguito alla creazione di 23 nuove circoscrizioni elettorali che nel sistema maggioritario ticinese stravolgono la rappresentanza dei due schieramenti in Gran Consiglio.

Il lento declino iniziato nel 1880 tocca il fondo nel 1890. Nel mese di aprile di quell’anno il “Nuovo Indirizzo” è costretto ad operare un rimpasto governativo in seguito alle malversazioni del cassiere cantonale Luigi Scazziga. A luglio i liberali promuovono una revisione della Costituzione per il ristabilimento delle circoscrizioni elettorali antecedenti il 1880. Il Consiglio di Stato conservatore, aspettando la stagione autunnale, periodo a lui più favorevole per la votazione, temporeggia sulla verifica delle 10’000 firme raccolte, scatenando l’ira degli avversari politici.

L’11 settembre 1890 i liberali decidono di intraprendere la via rivoluzionaria e senza incontrare resistenza arrestano Gioachimo Respini, che si trova a Lugano con il collega Agostino Bonzanigo, e prendono in ostaggio gli altri consiglieri di Stato all’interno della residenza governativa. Nel corso dell’azione i rivoluzionari uccidono il giovane consigliere di Stato Luigi Rossi. In seguito al colpo di stato i liberali guidati da Rinaldo Simen costituiscono un governo provvisorio che, però, ha vita breve: già il 12 settembre il commissario federale colonnello Künzli lo dichiara sciolto.

Il nuovo Consiglio di Stato composto da Agostino Soldati, personalità considerata al di sopra delle parti, dai conservatori Felice Giannella e Fedele Moroni, e dai liberali Luigi Colombi e Filippo Rusconi si insedia in ottobre dando vita al primo “governo misto”.

I conservatori tornano all’opposizione

Nel 1893 i cittadini ticinesi sono chiamati nuovamente alle urne. Il partito liberale-radicale esce vincente dal confronto elettorale e riconquista la maggioranza in Consiglio di Stato

La sconfitta elettorale amplifica i dissensi interni al partito liberal-conservatore dove si manifestano voci discordanti. In un primo tempo si allontana l’ala “corrierista” guidata da Agostino Soldati. Alla fine del 1896, però, in seguito a due riunioni tenutesi a Giubiasco, la maggioranza del partito decide di rompere anche con Gioachimo Respini e con la sua linea intransigente e confessionale. La corrente maggioritaria, alla quale appartiene una  nuova generazione di uomini politici tra cui Giuseppe Cattori, i fratelli Pometta, Angelo Tarchini, Antonio Riva e Giuseppe Motta, si profila per un’azione politica dei cattolici ispirata dai valori cristiani, ma libera da condizionamenti confessionali.

Nel 1897 il primo confronto con le urne dopo le scissioni legittima la decisione presa dalla maggioranza del partito e in Gran Consiglio vengono eletti 7 “respiniani”, 3 “corrieristi” e 33 candidati della lista ufficiale del partito denominata “Ordine e Libertà”.
La polemica tra le diverse correnti impazza anche sui diversi organi conservatori e cattolici del cantone: “La Libertà” sotto l’occhio vigile di Respini, la “Voce del Popolo” diretta da Eligio Pometta e  il “Credente Cattolico” organo della Curia.

La riconciliazione avviene nel 1901, con l’unificazione della stampa militante e la nascita di un nuovo organo, più centrista, il “Popolo e Libertà”. A inizio Novecento si svolge un importante dibattito attorno al nome del partito. L’appellativo liberal-conservatore è ritenuto troppo clericale e distante dal mondo moderno. Contemporaneamente, ogni riferimento al liberalismo risulta ambiguo. Nel 1913   la sezione ticinese convoca un congresso cantonale a Bellinzona dove viene approvato un nuovo programma e un nuovo statuto del partito. In particolare i conservatori ticinesi esprimono la volontà di adattarsi al programma del Partito conservatore popolare svizzero, fondato nel 1912. In occasione del congresso di Bellinzona i delegati scelgono il nuovo nome, nasce il Partito conservatore democratico (PCDT).

Ricuciti gli strappi interni i conservatori non riescono però ancora a fronteggiare il dominio liberale-radicale. Il partito intraprende una nuova via alleandosi con le forze politiche di sinistra ed agrarie cercando di strappare al partito liberale-radicale il primato in governo. Il tentativo si rivela infruttuoso e senza riparto proporzionale in Consiglio di Stato siede un solo rappresentante del PCDT, situazione che continuerà fino al 1921, ad eccezione degli anni 1915-1917, quando un secondo rappresentante della minoranza sarà presente in governo.

La “formula Cattori” e il principio del “governare assieme”

Riunificato di fatto il partito nei primi anni del Novecento, riparte con nuova linfa l’azione politica dei rappresentati PCDT. Già nel 1905 si registrano i primi importanti successi elettorali, quando con 44 deputati eletti in Gran Consiglio il gruppo conservatore diventa il più numeroso superando di un rappresentante quello liberale.

Nel dicembre 1911, per la prima volta, un conservatore-democratico ticinese è eletto in Consiglio federale. Giuseppe Motta siede in Consiglio nazionale dal 1899 e, dodici anni dopo la sua elezione, accede alla massima carica politica svizzera in seguito al ritiro del lucernese Schobinger. Motta resterà in Consiglio federale fino alla sua morte, il 23 gennaio 1940, occupandosi dapprima del Dipartimento delle finanze e dogane, e in seguito del prestigioso Dipartimento politico federale.

Il decennio 1910-1920 è caratterizzato da gravi avvenimenti locali, oltre che dalla difficile situazione causata dalla Prima guerra mondiale. Nel 1914 falliscono le tre principali banche ticinesi con perdite ingenti per i piccoli risparmiatori. Inoltre, una violenta polemica divide clero e cattolici ticinesi e solo la designazione nel 1917 del vescovo Aurelio Bacciarini ad amministratore apostolico della Diocesi di Lugano riesce porvi fine.
Parlare della politica del Partito conservatore democratico ticinese degli anni Venti significa focalizzare l’attenzione principalmente sulla figura di Giuseppe Cattori.
Legato alla frangia più confessionale del partito, allievo di Gioachimo Respini, Giuseppe Cattori diventa l’uomo che traghetta il Paese dai difficili dissensi del sistema maggioritario al sistema proporzionale attuale e al governo detto “di paese”.
Direttore per vent’anni del “Popolo e Libertà”, Cattori entra in Consiglio di Stato una prima volta dal 1909 al 1912, poi dal 1915 al 1917, e infine dal 1921 alla sua morte nel 1932. Negli anni dopo il 1912 in cui non siede nell’esecutivo è deputato al Consiglio nazionale.
Il decennio politico tra il 1920 e il 1930 è caratterizzato da vivaci polemiche e profondi cambiamenti nella politica cantonale.

Nel 1919 le elezioni per il Consiglio nazionale, per la prima volta effettuate secondo il sistema proporzionale a circondario unico, evidenziano la forza delle minoranze conservatrice, socialista ed agraria. A livello cantonale i nuovi equilibri iniziano a manifestarsi nelle elezioni per il Consiglio di Stato del 1921. Il PLR mantiene la maggioranza con 4 eletti, ai quali si affiancano i conservatori Giuseppe Cattori, Sebastiano Martinoli e Mansueto Pometta. In Gran Consiglio, i liberali non riescono però a conquistare la maggioranza lasciando ampio margine di manovra all’opposizione conservatrice e socialista che si manifesta fortemente, come nel 1922 quando rifiuta il preventivo, costringendo il ministro delle finanze a dimissionare e i liberali a cedere un posto in Consiglio di Stato all’agrario Raimondo Rossi. In favore del “governare assieme” qualche mese dopo anche i conservatori cedono un seggio nell’esecutivo al socialista Canevascini.

L’inclusione delle principali forze politiche nel Consiglio di Stato deve però ancora essere legittimata da un’apposita norma costituzionale. Per questo nel 1922 gli elettori ticinesi sono chiamati alle urne per esprimersi sulla cosiddetta “formula Cattori”, una nuova regola costituzionale per la ripartizione dei seggi in governo secondo il principio: “chi non ha la maggioranza del popolo non può averla in Consiglio di Stato”. La crisi politica si chiude definitivamente nel 1923 con l’elezione tacita in governo di due rappresentanti PLR, un conservatore, un agrario e un socialista. La successiva elezione, nel 1927, porta all’esclusione del rappresentante del partito agrario in favore del conservatore Angiolo Martignoni. I primi anni Venti sono caratterizzati anche dalla nascita del movimento giovanile del Partito. La Guardia Luigi Rossi viene fondata a Bellinzona il 4 febbraio 1923 con lo scopo di riunire in un’associazione i giovani del PCDT. Fin da subito l’avversario politico dei giovani conservatori è il PLRT.

Nel 1924 in seguito all’aumento dei membri la Guardia introduce come segno di riconoscimento il distintivo, sostituito in un secondo tempo dalla camicia azzurra.
I primi anni di attività del movimento giovanile sono dedicati all’organizzazione e alla costituzione di un apparato ideologico. Solo a partire dalla fine degli anni Venti la Guardia si manifesta sulla scena politica cantonale. Nel 1927 i giovani guardisti elaborano uno statuto che entra in vigore il 15 aprile 1928. L’approvazione dello statuto sigilla una svolta all’interno del movimento giovanile del PCDT. In questo riorientamento, con una nuova concezione ideologica rispetto a quella scelta dal partito sotto la guida di Cattori, assume grande importanza l’influenza esercitata dal gruppo luganese che nei primi anni Venti faceva riferimento al giornale “La Voce”.

Il Partito Conservatore Democratico tra i fascismi

Di fronte alla crescente penetrazione delle idee fasciste in Ticino, nel 1926 su “Popolo e Libertà” compare una serie di dieci articoli intitolati “Quaresimale politico” che presentano i principi base del partito. Il programma del partito esprime tutta la sua attualità ribadendo come l’azione politica dei conservatori ticinesi si basa sulla libertà: di coscienza e credenza, della Chiesa, d’insegnamento e di lavoro, e sul piano politico dell’assoluta libertà d’opinone.

In prima linea per la difesa della democrazia ticinese è nuovamente Giuseppe Cattori. Senza schierarsi apertamente in senso antifascista, il consigliere di Stato conservatore difende il diritto d’asilo che permette di trovare rifugio in Ticino dalle persecuzioni del regime fascista a numerosi dissidenti italiani.

Sul fronte interno Cattori si impegna a fondo per avvicinare Bellinzona a Berna. Nel marzo 1924 il Consiglio di Stato ticinese inoltra al Consiglio federale un memoriale con una lunga serie di “Rivendicazioni ticinesi”. Sebbene l’azione condotta dall’esecutivo ticinese sembra all’apparenza di tipo economico, finanziario e culturale, con al centro delle trattative le tariffe ferroviarie, la restituzione da parte delle FFS delle acque leventinesi, i sussidi per la difesa della lingua italiana, ecc., assume un importante carattere politico. Dopo alcuni incontri tra le autorità cantonali e quelle federali le molte “rivendicazioni” sono accolte. Il Consiglio federale, nel quale siede anche il conservatore ticinese Giuseppe Motta, comprende la necessità di agire in favore del federalismo per armonizzare i rapporti tra il Ticino e la Confederazione in un periodo di crescenti pressioni provenienti da Roma.

Durante le elezioni cantonali del 1931 il Partito liberale radicale tenta invano di riconquistare la maggioranza in Consiglio di Stato presentando tre differenti liste per l’esecutivo. Quattro anni più tardi, nelle successive elezioni cantonali, il riparto politico resta invariato. In governo sono confermati i conservatori-democratici Angelo Martignoni ed Enrico Celio, insieme al socialista Canevascini, mentre vengono sostituiti i due rappresentanti PLR in carica. Nell’elezione per il Gran Consiglio si assiste a un cambiamento degli equilibri con 22 conservatori-democratici eletti, 19 liberali-radicali, 10 socialisti e tre agrari. I partiti filofascisti riescono ad eleggere due candidati presenti sulla lista della Lega nazionale, ma non danneggiano la posizione dei partiti “storici”.

L’anno precedente il presidente del PCDT aveva invitato gli altri partiti di governo a collaborare in nome della concordanza. Di fatto questa collaborazione si realizza dopo le elezioni e porta a una diversa ripartizione dei dipartimenti tra i membri dell’esecutivo. Si inizia a parlare di “Era nuova”.

L’inarrestabile ascesa dei regimi totalitari in Germania ed Italia scuote profondamente il Partito conservatore democratico ticinese. Dalle colonne del “Popolo e Libertà” e dal foglio bimensile della Guardia Luigi Rossi, che esce fino al 1928 sotto questo nome, mutato poi in “Il guardista”, si esprimono i più convinti oppositori al regime fascista. In prima linea nella difesa dei diritti democratici è don Francesco Alberti, direttore di “Popolo e Libertà” tra il 1921 e il 1928 e poi ancora dal 1935 al 1939. Insieme al sacerdote di Bedigliora a difendere la causa antifascista ci sono Giuseppe Lepori, Riccardo Rossi e Giovan Battista Camponovo. La posizione decisa di don Alberti procura diverse preoccupazioni al consigliere federale Giuseppe Motta che lo invita alla prudenza. Le autorità italiane non vedono di buon occhio l’operato di don Alberti e fanno pressione sul nunzio di Berna e sul Vescovo di Lugano per allontanarlo dal “Popolo e Libertà”.

Sotto la direzione di Giuseppe Lepori appaiono gli scritti di altri due importanti antifascisti: don Ernesto Vercesi e Domenico Russo. Vercesi collega il giornale con l’opposizione antifascista cattolica che opera clandestinamente sul territorio italiano, mentre Russo conduce la lotta dall’esilio parigino.

L’antifascismo di “Popolo e Libertà” è contrassegnato dalla lunga collaborazione, tra il 1935 e il 1940, di don Luigi Sturzo con il foglio ticinese. In questo periodo il fondatore del Partito popolare italiano scrive dal suo esilio londinese quasi un centinaio di articoli per l’organo ufficiale del partito e per “Il Lavoro”, settimanale dell’Organizzazione cristiano-sociale.

Ad affiancare il quotidiano conservatore nasce nel 1944 il settimanale “Libertà” che non si concentra unicamente sulla lotta al fascismo, ma si orienta già sui temi della ricostruzione e simbolicamente chiude la militanza antifascista del giornale.

Nel 1940 Giuseppe Lepori succede in Consiglio di Stato a Enrico Celio, chiamato a sostituire Giuseppe Motta in Consiglio federale, deceduto nel gennaio di quell’anno .
Gli anni difficili della guerra uniscono il Paese e la “tregua” tra i partiti porta a un rinnovo tacito del Consiglio di Stato e del Gran Consiglio nel 1943.

Il dopoguerra ed il periodo radico-socialista

Superato il periodo bellico il dibattito politico riprende nel 1947 con le elezioni per il rinnovo dei poteri cantonali. Il Partito liberale-radicale si presenta riunito al confronto elettorale, dopo aver corso con tre liste distinte alle precedenti elezioni, e conferma in Consiglio di Stato Nello Celio e Brenno Galli; anche il socialista Canevascini viene rieletto. Tra le fila del Partito conservatore democratico si assiste alla rielezione di Giuseppe Lepori, insieme al quale entra in governo Agostino Bernasconi, esponente dell’Organizzazione cristiano sociale, che per 98 suffragi personali supera l’uscente Angiolo Martignoni, in carica dal 1927.

La composizione partitica del governo cantonale resta immutata, ma viene effettuato all’interno del consesso un importante rimpasto dipartimentale e un’alleanza tra socialisti e liberali-radicali toglie il Dipartimento della pubblica educazione a Giuseppe Lepori, affidandogli il Dipartimento degli interni, e imponendo a Bernasconi i settori dell’Igiene, del Militare e del Controllo, inaugurando così di fatto la controversa “alleanza di sinistra” che durerà per circa un ventennio.

Durante il quadriennio 1951-1955 il Partito vive fortune alterne. Le elezioni del 1951 confermano Lepori e Bernasconi in governo e in Gran Consiglio la deputazione del PCDT  conquista un ulteriore seggio ritornando ad essere la più numerosa presente nel legislativo. Nel giugno dello stesso anno muore in un tragico incidente stradale sul Monte Ceneri il Consigliere di Stato Agostino Bernasconi, al quale subentra il consigliere nazionale locarnese Adolfo Janner. Nel 1953 un duro scontro ha luogo tra i conservatori e la coalizione “radico-socialista” a proposito di una cerimonia religiosa ufficiale in occasione del centocinquantesimo anniversario della fondazione del Cantone Ticino. Il quadriennio si chiude però in positivo con l’improvvisa elezione in Consiglio federale, il 16 dicembre 1954, di Giuseppe Lepori che resterà in carica fino al 1959. Al posto del neo consigliere federale entra nell’esecutivo cantonale Mario Soldini, che rappresenta il Partito in governo fino alla sua morte nel maggio 1955, a cui subentra Alberto Stefani.

Le elezioni del 1955 registrano un importante calo di consensi per il PCDT che fatica sempre di più ad opporsi all’intesa di sinistra. Tra i temi più dibattuti in quel periodo ci sono la “statizzazione della Biaschina” con la costruzione dell’Azienda elettrica ticinese e la nuova legge sulla scuola. Tutti i partiti sono divisi al loro interno e la mediazione del PCDT è fondamentale per raggiungere un’intesa tra le parti.

I cittadini ticinesi sono nuovamente chiamati alle urne nel 1959 e in Consiglio di Stato insieme ad Alberto Stefani è eletto il giovane Tito Tettamanti, che dimissiona dall’incarico già nel 1960 quando la maggioranza del Gran Consiglio respinge il consuntivo del Dipartimento di giustizia, e viene sostituito da Angelo Pellegrini. Alberto Stefani, personalità di rilievo nel partito e del quale fu presidente dal 1961 al 1981, resterà in Consiglio di Stato fino al 1962, rappresentando poi il Ticino al Consiglio degli Stati dal 1963 al 1983.

Gli anni Sessanta e Settanta chiudono un’epoca

La caduta in seguito a referendum di due progetti presentati dal Dipartimento delle opere sociali (la legge sulle casse malati nel 1961 e la legge sul sussidiamento degli ospedali nel 1963), incrinerà l’intesa tra il partito liberale-radicale e il partito socialista, nel quale stava crescendo una vivace opposizione di sinistra che, espulsa dal partito, darà vita al Partito socialista autonomo. Con la fine ufficiale nel 1967 della «intesa di sinistra» radical-socialista, inizia un periodo nuovo nei rapporti tra i partiti di governo, caratterizzato dall’incertezza causata dalla mancanza di precisi schieramenti; tuttavia il governo riesce a varare alcune riforme importanti, anche se non tutte trovano l’adesione popolare.

Il popolo utilizzò ripetutamente l’arma del referendum, bocciando clamorosamente, malgrado l’appoggio ufficiale dei principali partiti, la legge urbanistica, accusata di sinistrismo (20 aprile 1969) e l’ampliamento dell’aeroporto di Locarno (18 maggio 1969); il 9 giugno 1974 fu respinta con  lieve scarto la nuova Legge sul cinema.

Tra le riforme andate in porto, il primo posto merita la «revisione formale» della Costituzione cantonale del 1830, accettata in votazione popolare il 29 ottobre 1967, preparata da una commissione speciale presieduta dall’ex consigliere federale Giuseppe Lepori; lo stesso rappresenterà il Cantone Ticino nelle trattative tra Consiglio federale e Santa Sede per una nuova convenzione che istituisce anche nominalmente la diocesi di Lugano con un proprio vescovo (24 luglio 1968); seguirà poi la modifica dell’art. 1 della Costituzione cantonale, con il riconoscimento della Chiesa evangelico-riformata a pari diritto della Chiesa cattolico-romana

Il Partito diventa “popolare democratico”. E le donne ottengono il voto.

Viene inoltre concesso finalmente il diritto di voto e di eleggibilità alle donne in materia cantonale e comunale (votazione del 19 ottobre 1969) e di conseguenza modificata una serie di articoli costituzionali (aumento delle firme per l’esercizio dei diritti popolari, aumento da 65 a 90 dei deputati al Gran Consiglio ecc.); da menzionare ancora il varo del nuovo Codice di procedura civile (1971), la Legge sul turismo (1970), la Legge sugli esercizi pubblici (1967).

Col congresso di Lugano del 21 giugno 1970, su proposta di Stefani il Partito prende nome di «Partito popolare democratico», richiamandosi all’esperienza del Partito popolare italiano lanciata da don Luigi Sturzo.

Nelle elezioni del 1971 il partito si presenta con il nuovo nome di e vengono rieletti in Consiglio di Stato Arturo Lafranchi e Alberto Lepori (che nel febbraio 1968 aveva sostituito Angelo Pellegrini, dimissionario dopo una diffamatoria campagna di stampa); il partito migliora la sua quota di voti (36,71 %) e conquista 31 deputati in Gran Consiglio.

Per la prima volta entrano in lista le donne, partecipando ai comizi, e undici di loro vengono elette in Gran Consiglio (cinque PPD, cinque PLR, una PS). Le cinque rappresentanti popolari-democratiche sono: Rosita Genardini, Dionigia Duchini e Ilda Rossi (dirigenti di punta dell’Unione femminile cattolica ticinese); Ersilia Fossati e Rosita Mattei.

Nel tentativo di meglio indirizzare la politica cantonale, le delegazioni dei tre partiti di governo si incontrano, presenti i consiglieri di Stato, in quella che fu chiamata la «Commissione interpartitica» che pur non arrivando a risultati clamorosi (resta immutata la ripartizione dei Dipartimenti; susciterà critiche per l’approvazione spiccia della riforma tributaria) contribuirà ad un clima di distensione tra i partiti governativi che devono far fronte alle difficoltà finanziarie provocate dalla «crisi petrolifera», mentre l’opposizione in parlamento e nel Paese è monopolizzata dal Partito socialista autonomo.

Col rinnovo delle autorità nel 1975, che riconfermerà le precedenti posizioni dei partiti, entrano in governo i popolari-democratici Flavio Cotti e Fabio Vassalli e il nuovo clima politico permetterà nel 1976 di procedere ad una diversa aggregazione degli uffici governativi, mediante la costituzione del Dipartimento dell’ambiente, affidato con la Polizia a Vassalli (che dimissionerà nel 1977 per una contestata infrazione tributaria). Il partito designerà Fulvio Caccia a succedergli.

A fine 1980 si conclude il dibattito sulla programmazione e pianificazione politica, iniziato negli anni 60 e condotto con alterne e parziali attuazioni; la nuova Legge sulla pianificazione cantonale (10 dicembre 1980) indica le competenze delle diverse autorità nell’approvare gli strumenti pianificatori che sono «il rapporto sugli indirizzi di sviluppo», il «piano direttore cantonale», le «linee direttive» e «il piano finanziario quadriennale».

Dodici anni tormentati (1983-1995)

Le elezioni politiche del 1983 confermavano sostanzialmente la forza del Partito popolare democratico (33,5% dei voti, 30 deputati in Gran Consiglio), ma anche la lenta erosione percentuale, comune anche al Partito liberale, accentuata dalla presenza nella competizione elettorale di nuovi movimenti. In Governo veniva rieletto Fulvio Caccia, affiancato dal nuovo consigliere Renzo Respini.

Il risultato era rinnovato nelle elezioni per il Consiglio nazionale dell’autunno successivo, che vedevano eletti al Consiglio degli Stati Camillo Jelmini, in sostituzione di Alberto Stefani, e tre deputati popolari democratici al Consiglio nazionale, cioè Gianfranco Cotti, Mario Grassi e Flavio Cotti.

Flavio Cotti, dal 1981 presidente del PPD, assurto anche alla carica di presidente nazionale del Partito popolare democratico cristiano, verrà nel dicembre 1985 eletto in Consiglio federale, mentre in Parlamento gli subentra Giovanni Raggi. Lo stesso Cotti offre un impulso decisivo alla presenza delle donne nel partito. Lo riconosce senza alcun dubbio anche Chiara Simoneschi Cortesi, grande protagonista del rilancio della presenza femminile nel PPD. È soprattutto grazie a lei che nel 1985 viene fondata l’Associazione Donne PPD (https://il-centro.ch/il-centro/associazioni/donne-del-centro/) per la necessità di trasporre nella pratica il principio di parità fra i sessi.

Nel tentativo di salvare i due seggi in Governo in occasione delle elezioni del 1987 il Partito presentava due liste separate, al fine di evitare la «penalizzazione» che il sistema di ripartizione dei seggi imponeva ai partiti che raggiungono il quoziente; tuttavia la polarizzazione della lotta tra i due tronconi socialisti porterà al risultato di ridurre la rappresentanza popolare-democratica in Consiglio di Stato al solo consigliere Renzo Respini (eletto sulla lista sottocenerina che raccoglie il 17,30% dei voti), mentre resterà escluso Fulvio Caccia, avendo la lista sopracenerina raccolto solo il 13,28% dei voti e risultando così battuta dalle due liste socialiste.

L’ingiusta ripartizione sarà riparata solo parzialmente nelle elezioni del Consiglio nazionale dell’autunno 1987, quando il Partito raccoglierà il 36,9% dei voti e otterrà eccezionalmente quattro eletti, con un brillante successo personale di Fulvio Caccia.

Il Partito, alla cui presidenza è ora Luigi Pedrazzini (cui subentrerà Fulvio Caccia alla fine del 1991), propone di codificare un sistema più equo di ripartizione dei seggi governativi e, constatata l’opposizione degli altri partiti, promuove un’iniziativa costituzionale che sarà approvata dal popolo il 4 giugno 1989.

Nelle elezioni per il rinnovo delle autorità cantonali nella primavera del 1991, grazie alla ripartizione secondo il principio della «migliore media», il Partito popolare riottiene in Governo una doppia rappresentanza, con la rielezione di Renzo Respini, cui si affianca Alex Pedrazzini: nel corso del quadriennio verrà cambiata nuovamente la ripartizione degli uffici governativi, assegnando a Respini il Dipartimento del Territorio (unendo costruzioni e ambiente) e a Pedrazzini quello delle Istituzioni (già interno, polizia, giustizia e militare).

Tuttavia l’erosione dei partiti storici è confermata anche in occasione di queste elezioni, specialmente per la presenza del nuovo movimento Lega dei Ticinesi; il partito raccoglie per il Consiglio di Stato solo il 29,38% dei voti, mentre la deputazione al Gran Consiglio diminuisce a 27 deputati.

La tendenza negativa continuerà in occasione delle elezioni federali dell’autunno 1991, quando con il 26,6% dei voti la deputazione popolare democratica al Nazionale sarà ridotta a soli due rappresentanti (Fulvio Caccia e Gianfranco Cotti, cui subentrerà nel 1994 Mimi Lepori-Bonetti) e il Partito perderà anche il seggio in Consiglio degli Stati.

La sfiducia verso i partiti di governo si manifesterà durante tutto il periodo, con ripetute sconfessioni in importanti votazioni referendarie: tra le più clamorose si possono menzionare il rifiuto del Centro universitario CUSI (20 aprile 1986), la bocciatura dell’impianto di incenerimento a Bioggio (6 giugno 1993) e la negata unificazione degli ospedali luganesi (13 marzo 1994). Per contro in altre occasioni la maggioranza popolare ha sostenuto le proposte governative e parlamentari; il quadriennio si conclude con il rifiuto della nuova legge elettorale, abbandonata da gran parte dei suoi fautori e difesa davanti al popolo dal solo Partito popolare democratico.

A livello cantonale, oltre alle diverse sensibilità politiche dei presidenti che si sono succeduti alla guida del PPD, va ricordato l’operato nel governo dei diversi consiglieri di Stato: Flavio Cotti (1975-1983), Fulvio Caccia (1977-1987), Renzo Respini (1983-1999).

Il PPD nel nuovo millennio

Gli anni Novanta segnano nel 1995 l’ingresso in governo del nuovo movimento populista di Giuliano Bignasca e Flavio Maspoli: la Lega dei Ticinesi, sorta solo quattro anni prima. Il giovane Marco Borradori viene eletto consigliere di Stato e il PPD torna ad avere un solo rappresentante con Alex Pedrazzini (1991-1999). Così resterà anche successivamente: a rappresentare il Partito popolare democratico negli anni Duemila saranno Luigi Pedrazzini (1999-2011) al Dipartimento istituzioni, Paolo Beltraminelli (2011-2019) e Raffele De Rosa dalla primavera 2019 al Dipartimento sanità e socialità.

Il PPD, come anche gli altri due maggiori partiti storici, si trova di fronte a mutamenti profondi che coinvolgono il tradizionale elettorato di appartenenza e la lealtà di partito tramandata da generazione in generazione. Emerge un elettorato di opinione più volubile e quindi più disponibile nei confronti di nuove forze politiche.

Quanto alla politica federale è da segnalare la lunga militanza a Berna di Filippo Lombardi, rappresentante del Ticino al Consiglio degli Stati sin dal 1999, e dal 2014 capogruppo PPD all’Assemblea federale; nonché il percorso di Chiara Simoneschi-Cortesi, eletta consigliera nazionale nel 1999, che – prima donna di lingua italiana – diventa presidente del Consiglio nazionale nel 2008/2009. Negli anni Duemila, siedono in Parlamento nazionale anche Meinrado Robbiani, Fabio Regazzi, Marco Romano.

In occasione delle elezioni federali 2019 si arriva alla storica decisione di congiungere le liste con il Partito Liberale Radicale Ticinese, e con i Verdi Liberali. Una sinergia, non una fusione, come spiegherà il presidente cantonale Fiorenzo Dadò, rievocando la “storia valorosa” dei due partiti: «è il momento adesso di scrivere un altro tipo di storia, orientata di più verso la collaborazione».

Dal 2000, la presidenza del partito è affidata a Fabio Bacchetta Cattori (2000-2007), Giovanni Jelmini (2007-2015) e Fiorenzo Dadò dal 2016.

Nasce “Il Centro”

Il 25 giugno 2022 a Cadempino si compie l’ultimo storico atto. Il Partito popolare democratico, sulla spinta del Partito svizzero, decide di cambiare il proprio nome in “il Centro”. Se è vero che il nome ha sempre definito un’identità lungo tutta la storia di questa organizzazione, alla nuova denominazione occorre dare identità e valori.

La strada che il partito individua sotto la spinta del presidente Fiorenzo Dadò è quella di riflettere su quattro piste di lavoro che possano dare sostanza a questa identità. I quattro gruppi di lavoro sono: 1. Referente cristiano; 2. Libertà economica, solidarietà sociale e sostenibilità; 3. Confronto tra generazioni; 4. Famiglia.

Al Congresso cantonale di Castione del 28 gennaio 2023, vengono presentate le Linee guida (https://il-centro.ch/il-centro/valori/) che derivano dalla riflessione e dal confronto all’interno di questi quattro gruppi, e che Fiorenzo Dadò sintetizzerà in alcuni punti presentati durante questo evento: libertà, solidarietà e responsabilità; mediazione e moderazione; l’essere umano al centro; referente cristiano; partito della famiglia e della coesione; promozione dell’uguaglianza fra donne e uomini; rafforzamento dei legami intergenerazionali; federalismo e sussidiarietà; coniugare economia di mercato e sostenibilità; solidarietà e fratellanza; rilancio demografico.

 

Bibliografia di base

Alberto Lepori; Christian Luchessa, Riccardo Rossi (1901-1986), Centro culturale L’Incontro/ Armando Dadò editore, Locarno, 2008.

Alberto Lepori, 5 uomini politici. 10 studi storici, Popolo e Libertà Edizioni SA, Bellinzona, 2006.

Alberto Lepori, Testi e testimonianze di una scelta politica,  Popolo e Libertà Edizioni SA, Bellinzona, 2000.

Davide Dosi, Il cattolicesimo ticinese e i fascismi, Edizioni universitarie Friburgo, Friborgo, 1999.

Alberto Lepori; Fabrizio Panzera, Uomini nostri. Trenta biografie di uomini politici, Armando Dadò editore/Associazione per la storia del movimento cattolico in Ticino, Locarno/Lugano, 1999.

Alberto Lepori; Fabrizio Panzera, Partito Popolare Democratico: oltre cent’anni di storia, Popolo e Libertà Edizioni SA, Bellinzona, 1997.

Trisconi Michela; Giuseppe Motta e i suoi corrispondenti (1915-1939), Armando Dadò editore, Locarno, 1992.

 

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